Al liceo ero in classe con una ragazza che imparava tutto a memoria. All’interrogazione si accendeva come un Juke Box, selezionava il disco con la risposta esatta e dalla sua bocca risuonava precisa, parola dopo parola. Ricordo anche il suo sguardo fisso su un punto lontano dove immaginavo esserci proiettato il testo che stava recitando. Ovviamente tornava al banco con un ottimo voto.
Non stupisce dato che l’unico criterio di valutazione adottato da tanti docenti (non tutti per fortuna), era quello di ascoltare la risposta corretta, identica o molto simile alla versione che era sul libro. Facciamo un salto temporale e di contesto!
Ci capita spesso di incontrare nelle sessioni di training persone che vivono da adulti la presentazione con lo stesso spirito e angoscia di un’interrogazione. Si sentono “alla cattedra” davanti a colleghi (compagni classe) e/o superiori (docenti), giudicati e valutati sull’esattezza delle conoscenze, competenze, esposizione… E, proprio come a scuola, credono che imparare a memoria sia la soluzione migliore per evitare errori o brutte figure.
Sia chiaro: imparare a memoria non è di per sé sbagliato, anzi è una pratica estremamente utile in ambiente scolastico e accademico per allenare la memoria, la concentrazione e costruire un metodo di apprendimento personale efficace.
Tuttavia, ciò che funziona in un questo tipo di contesti può diventare un ostacolo in ambito lavorativo, dove flessibilità e l’autenticità sono fondamentali. Le presentazioni non sono interrogazioni, ma conversazioni. Sono momenti di connessione, non di recitazione. E imparare tutto a memoria può trasformarsi in una trappola pericolosa:
- Ansia & rischio black out: l’ansia di sbagliare diventa più intensa, perché ogni errore sembra compromettere tutto. Se dimentichi una parola o una frase chiave del tuo castello di carte della memoria, rischi di perdere tutto il filo e andare nel panico. Guarda questo epic fail del regista Michael Bay.
- Ti impedisce di adattarti: le presentazioni richiedono flessibilità e capacità di modulare la comunicazione. Se il pubblico fa domande, mostra interesse per un dettaglio, c’è un imprevisto tecnico, oppure hai meno tempo rispetto a quello che pianificato, devi poter modificare il tuo discorso e approccio. In una parola: adattarti e adattare la tua comunicazione.
- Logica performativa vs relazionale: recitare a memoria è un approccio performativo. Se ti focalizzi sulla forma dello speech e non sulla connessione con l’audience rendi la presentazione poco spontanea e autentica, andando a minarne l’efficacia. L’audience è molto più disposta a comprendere un errore (sinonimo di umanità), che una esposizione meccanica e senza anima, seppur formalmente perfetta.
- Mina l’autorevolezza: “Ha bisogno di imparare a memoria? Forse non padroneggia la materia…” “Siamo tornati a scuola?” Se impari a memoria ottieni -in termini di autorevolezza – esattamente l’effetto opposto.
Una soluzione: pensa per concetti, non per parole
Imparare a memoria può sembrare rassicurante, ma ciò che funziona davvero (a prescindere dal metodo personale) è fissare i concetti chiave.
Pensare per concetti ti permette di:
- Avere una struttura solida, ma flessibile: con i punti chiave chiari in mente, puoi parlare in modo naturale, senza dover ricordare ogni parola. Anzi scegliendo la migliore per il contesto.
- Adattarti alle reazioni del pubblico: puoi approfondire, accorciare o riformulare, fermarti a seconda delle esigenze e degli imprevisti.
- Ridurre lo stress: investi le tue energie solo sul SENSO del tuo messaggio, non sulla memorizzazione sterile di ogni singola frase…
Perché il segreto di una grande presentazione non è ricordare esattamente le parole da dire, ma saper comunicare ciò che conta davvero per te e la tua audience.
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